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SAE Alumni Stories: Alex Fizzotti

Alex Fizzotti, Alumno del corso di Produzione Audio, è un fonico e produttore artistico, fondatore dello studio Quicksave Audio. In questa intervista, ci porta alla scoperta del suo percorso professionale, con un focus sul suo lavoro di produttore specializzato in generi urban, come rap e trap, e dà preziosi consigli a chi desidera avvicinarsi a questa professione.
Ciao Alex, bentornato in SAE! Come stai?
Tutto bene, come periodo è abbastanza buono. Pochi mesi fa ho vinto il disco di platino con il  brano di Frah Quintale “Colpa Del Vino” che ho mixato tempo fa, sono davvero contento.
Ci stavo scherzando su tempo fa dicendo “chissà se mi succederà mai”. E poi, di fatto, ho scoperto di averlo vinto nel 2021, ma non lo sapevo, perché eravamo in piena pandemia. Io all’epoca ero concentrato su tutt’altro, cioè sul salvare lo studio.
Colpa del Vino, Frah Quintale
Per iniziare vorrei chiederti di raccontarci il tuo percorso dagli inizi, quindi come ti sei approcciato alla musica e poi cosa ti ha portato a farti dire “ok, io voglio fare questo nella vita”.
Mi è sempre piaciuta la musica, fin da quando ero bambino. Mi ricordo questo programma televisivo “Bravo, bravissimo” in cui c’era questo ragazzino che suonava un pezzo di Mozart. Ricordo questa scena perfettamente: lì è scoccata la scintilla. Ho recuperato in casa una piccola tastiera che ho iniziato a suonare strimpellando a orecchio.
Da quel momento, la cosa si è evoluta pian piano, diventando una vera passione per la musica che si è ampliata dalla classica al rock, in particolare con i Beatles, che sono storicamente il mio gruppo preferito.
Un terzo momento importante è stato il passaggio tra le medie e superiori, quando sono entrato in contatto con la musica rap: in quel momento ho proprio capito che questo non era un tipo di musica semplicemente da suonare, ma un mezzo espressivo. Così ho iniziato a fare rap. Ai tempi non c’erano minimamente le possibilità ci sono oggi in termini di formazione, ma anche solo banalmente la possibilità di guardare tutorial su YouTube per imparare a capire come si fa a registrarsi. Da lì ho iniziato a cercare di capire come funzionasse un microfono, come andasse collegato, dove potessi comprarlo, a cosa serviva e ho iniziato parallelamente la mia carriera da artista, che è stata in realtà piuttosto breve, e ho iniziato a interessarmi un po’ al sound engineering. Dopo un anno ho scoperto che poi, oltre a registrarmi, dovevo anche produrmi le basi. Non bastavano quelle che trovavo online, perché ce n’erano pochissime. Quindi mi sono ritrovato in parallelo a cantare, a fare il fonico e a produrmi, e ho scoperto che, tra tutto, la cosa che preferivo era la parte di fonico. 
Tra la terza e la quarta superiore, quando i professori iniziavano a dirci frasi come ”Cosa volete fare da grandi?” ho pensato: “Perché non iniziare a fare il fonico?”. Mi ricordo poi che il mio compagno di banco un giorno mi dice: “Guarda, ho visto questo annuncio in metropolitana: SAE Institute. Fanno corsi per fonici!”. Siamo andati insieme all’Open Day e… Wow! Mi sono innamorato. 
La mia strada era quella della direzione artistica, quella da dietro le quinte. 
Da quando ho intrapreso gli studi è iniziata una vera ossessione nel cercare di migliorarmi sempre di più con il suono. Il mio sogno era quello di lavorare in studio, però non c’erano le possibilità di farlo in quel momento, quindi ho fatto prima un po’ di gavetta come fonico live di conferenza, e, parallelamente, ho iniziato a lavorare in sala prove, cosa che mi ha permesso di poter suonare ogni tanto e conoscere alcuni artisti. È facendo rete che poi sono riuscito ad entrare nel mio primo studio. Avevo uno spazio ad Affori: lì ho iniziato a registrare le prime band. Era una situazione molto diversa rispetto a come avevo sempre lavorato, perché dai 15 ai 24 anni ho sempre fatto tutto nella mia cameretta, con le mie casse e il mio computer. Con il tempo la cosa si è fatta sempre più seria, ho iniziato ad avere sempre più clienti. All’inizio è stato faticoso, ma ho visto le potenzialità di questa cosa e ho iniziato a farla.
Un momento spartiacque della tua carriera è stata l’apertura del tuo studio, Quicksave Audio.
Sì, e in realtà all’inizio non si chiamava così. Quello di Affori è stato il mio primo studio, era uno scantinato dove però ho fatto praticamente i brani più belli, quelli più di successo della mia carriera. Poi ho deciso di spostarmi in un altro studio e fondare Quicksave Audio, che nasce come un progetto aggregato con più persone. 
Immagino che avere uno studio tuo abbia avuto un grande impatto sul tuo approccio al lavoro e sul piano personale.
Assolutamente, perché ti metti in gioco realmente con il fatto che devi pagare un affitto e devi iniziare a coprire le spese. Soprattutto inizia a diventare una cosa professionale, cioè puoi dire ai clienti che non ci vediamo in una sala prove, non ci vediamo a casa mia, ci vediamo in uno studio. Fa un’impressione completamente diversa. 
Una volta aperto lo studio, il mio approccio è proprio cambiato, e quel cercare di migliorarmi costantemente è diventata una cosa quasi patologica, al punto che mi sono messo davanti al computer evitando la parte di public relation… sbagliando. Con il senno di poi, ho capito che era importante fare rete in giro, ma questo mio percorso mi ha permesso di crescere tantissimo dal punto di vista del suono. Alla fine si è rivelata la scelta giusta, perché mi sono ritrovato a lavorare da subito con artisti già un minimo famosi. Il primo è stato Jamil, che alla prima sessione che abbiamo fatto insieme ha detto di voler lavorare con me per la mia serietà, e mi ha dato talmente tanta fiducia da affidarmi il suo album.
Parallelamente, ho iniziato a lavorare anche con Frah Quintale. All’epoca aveva appena chiuso il suo progetto dei Fratelli Quintale. Abbiamo fatto insieme “Colpa Del Vino”, il suo singolo di lancio, e da lì è partito tutto a ventaglio.  
Pensi che ci siano delle peculiarità nella produzione specifica di generi come il rap e la trap? Se sì, quali?
Sì, ci sono. Faccio un parallelismo con il rock, da fan del genere in una fase della mia vita, e poi da fan del rap. Nel rock e in tutti i generi suonati la difficoltà sta nell’acquisire il suono migliore in fase di registrazione. La prima cosa è porsi un obiettivo, ovvero: che suono vuoi ottenere. Il secondo passo è capire cosa utilizzare per ottenere quel suono e fare un percorso a ritroso. Questo è l’aspetto principale, in generale nel rock non si fa così tanta post produzione audio come in altri generi.
Nel rap o nei generi urban è tutto l’opposto. Non avendo microfoni per registrare la batteria, perché tendenzialmente il rap non nasce con l’idea di registrare la batteria, ma con quella di campionarla, la parte fondamentale è la sound selection. La vera abilità del produttore e del fonico che tratta generi urban oggi è quella di farsi tante ore di ascolto davanti a una libreria di suoni e prendere tantissimi kick, snare, hi-hat, bassi, sample di chitarra e ascoltarli, cercare pian piano di capire quali vengono utilizzati, in quali produzioni e quali no, e cercare di abbinarli, diventando non tanto un compositore, ma una persona che sappia combinare bene i suoni.
Questa è l’abilità più importante e la peculiarità più grande del genere, associata alla post produzione. Secondo me, oggi l’abilità sta nel selezionare il suono giusto, più che nel saper come mixarlo o trattarlo. Questo ha permesso al genere urban di poter essere prodotto anche da persone con capacità tecniche magari ridotte rispetto a fonici e produttori, e, soprattutto, permette di farlo anche con computer portatili, senza avere outboard, senza avere studi complessi. Potresti fare un beat che può tranquillamente diventare una hit di Travis Scott anche in aereo, perché, appunto, l’85% del suono lo puoi fare tranquillamente semplicemente selezionando bene. E questo, assolutamente, è difficile tanto quanto saper registrare musica rock. Secondo me la differenza è in termini di costo, perché per fare rock, per fare quel tipo di uno studio, è necessario un budget iniziale molto alto.
È uno dei tanti motivi per cui secondo me quel tipo di genere oggi è sempre di più in secondo piano. Una cosa che è mancata al rock è la versatilità, il non sapersi adattare. L’audio engineering è cresciuto in maniera esponenziale: da quando ho iniziato a fare audio io ad oggi, i mezzi sono drasticamente cambiati e sono aumentate tantissimo le potenzialità. Il rock non si è evoluto in quel senso, non si è evoluto per come deve essere lavorato dai fonici, mentre gli altri generi sì, molto di più. 
Per saper lavorare in questo campo bisogna essere estremamente smart, versatili e non essere ottusi, non essere persone che non sanno adattarsi, ed è il motivo per cui alcuni non riescono ad evolversi e a riuscire a lavorare in questo campo. La flessibilità ti permette di adattarti al cambiamento e alla vita.
Come ti approcci a un nuovo artista con cui devi lavorare? Ci sono degli aspetti a cui fai particolarmente attenzione?
Una delle prime cose che voglio capire è quanto esca l’ego dell’artista e quanto crede in quello che fa. Questo mi ha permesso talvolta di scremare molto bene le persone con cui lavorare. Dall’esperienza che ho avuto in studio con gli artisti è molto importante capire il livello umano subito. Dal punto di vista artistico, invece, deve partire subito una scintilla, cioè deve esserci subito una cosa che mi fa dire “ok, questa persona ha veramente quel fattore in più”. È qualcosa di difficile da capire oggi, perché grazie ai nuovi mezzi a disposizione, tantissime persone possono fare musica e anche a un livello molto buono. Prima, un buon metodo era il live, ma sono lavori che fanno i talent scout, gli A&R, io non ne ho il tempo. 
La cosa fondamentale è capire se scocca la scintilla. Se questo succede, il secondo passo è vivermi l’artista. Andiamo a cena insieme, a bere qualcosa, passiamo del tempo insieme, cerrchiamo di creare delle situazioni che vanno al di là dell’aspetto musicale. Capisco dov’è l’affinità, cosa gli piace, cosa vuole fare e devi subito cerca di entrare un po nella sua sfera di vita.
Quali sono quegli artisti, quei progetti che ti hanno segnato, che hanno avuto una particolare rilevanza all’interno della tua carriera?
Il progetto Jamil, che è stato anche il mio primo progetto, è stata la cosa che più mi ha formato a livello umano e come fonico, perché mi ha permesso di lavorare in una situazione abbastanza stressante, se vogliamo, dal punto di vista della richiesta. 
Lui era una persona che già allora aveva una buona rilevanza nel rap, e quindi mi sono dovuto confrontare con una realtà nella quale i risultati venivano subito messi sotto la lente d’ingrandimento. Oltre a questo, lui secondo me è una personalità molto complessa, quindi mi ha permesso anche di vivere una sfida a livello umano. 
Un’altra esperienza che mi ricorderò sempre è una sessione in studio con questo gruppo che si chiama Fuera, che allora era sotto Asian Fake. Erano coprodotti da Frenetik & Orange, un famoso duo di produzione e musicisti romano abbastanza famoso. In quella sessione che ho fatto in studio c’era solo Frenetik e c’era anche boss doms, l’ex produttore di Achille Lauro. Praticamente li abbiamo avuti entrambi come ospiti di una session. Io non lo sapevo neanche tra l’altro, e dovevo mixare questo brano. È stata un’esperienza veramente formativa per me, perché mi sono trovato due pezzi da 90 dietro di me, seduti sul divano alle mie spalle, mentre mixavo, e ho avuto davanti al monitor quei 2 minuti in cui ho detto, passami il francesismo, “Okay, cosa cazzo faccio?”. Dopo questo momento ho capito che dovevo dare il massimo e ottenere un ottimo risultato. A fine sessione mi hanno fatto i complimenti e mi hanno chiesto di rivederci. È stato molto importante imparare a reggere quel tipo di pressione.
Anche l’esperienza con Frah Quintale è stata estremamente importante, perché io stavo in studio con Ceri, il suo producer, a mixare il brano. È diplomato al conservatorio e comunque era veramente uno di quei producer che sapeva esattamente cosa voleva nei minimi dettagli. Quindi per me è stata la prima volta in cui in studio mi sono messo di fronte a due casse ad ascoltare musica con qualcuno e sapevamo esattamente cosa veniva fatto, ponderando ogni singola scelta in maniera calibrata.
Molto bello da un punto di vista umano e di condivisione dell’esperienza, ma anche a livello di produzione. 
Dopo le tue prime esperienze e dopo il tuo percorso di studi, una volta sul mercato del lavoro qual è stata la skill fondamentale che ti sei ritrovato ad avere o che comunque per te è fondamentale avere?
Questa cosa l’ho sempre sostenuta: la teoria è fondamentale. Nel processo di approccio a un lavoro, non sarà necessaria ai fini creativi, però, per il tipo di personalità che sono io, mi piace poter considerare tutte le opzioni possibili, quindi avere un’ottima formazione teorica, che quella che mi ha dato SAE, mi ha permesso di ritrovarmi davanti a 100 manopole da girare, sapendo esattamente come ognuna di esse può agire.
Quello che invece ho dovuto imparare dopo, cosa che è stata la vera sfida e che magari non tutti comprendono subito, è il fatto che il poter raggiungere un risultato viene dall’esperienza. SAE è stata estremamente utile in tutta questa fase di approccio, per mettermi nella condizione di poter fare esperienza e poter dire: “Ok, da qui inizia veramente mio il percorso di studi”. Secondo me, il vero percorso di studi inizia dopo quello accademico, ovvero dando inizio a quello proprio personale di fonico. Certo, si devono fare ancora tanti workshop e corsi di aggiornamento, l’approccio vero diventa te stesso davanti al tuo laboratorio, dentro al tuo studio: questa forse è stata la cosa più gratificante. Poi, arriva la gratificazione del raggiungere il risultato.
Secondo me, l’atteggiamento del fonico è molto importante. Se un fonico esce da SAE con un atteggiamento del tipo: io so già tutto, non devo imparare nulla. Sbaglia. È un atteggiamento non porta da nessuna parte, non è flessibile. La flessibilità sta nel fatto di sapere che ogni cosa nuova che esce sul mercato che richiede di essere imparata, non è un qualcosa che hai già come bagaglio precedente. Usciranno sempre quei due tre plug-in nuovi che rivoluzionano il mercato. Escono sempre due nuove canzoni che rivoluzionano il genere musicale e bisogna sempre stare dietro a questo cambiamento. Chi non lo fa rimane tagliato fuori, non riesce ad evolvere in questo tipo di ambiente.
Che consiglio daresti a chi si approccia a questi studi e a questo lavoro?
A chi si approccia allo studio in SAE il consiglio che dò è quello di viverla come una full immersion vera e propria, cioè cercare di staccarsi da tutto il resto della propria vita per quei tre anni di SAE e cercare di vivere appieno l’esperienza, in modo da trarne il più possibile.
Una volta fuori da SAE, consiglio di investire tanto in termini di tempo, ma anche di soldi, su se stessi, ovvero spendere soldi per affittare studi di registrazione anche facoltosi, per andare a conoscere persone, macchine, o investendo anche in altri corsi formativi. 
È fondamentale confrontarsi con altri professionisti, anche seguendo i loro corsi, per capire le varie tecniche, confrontarle. È importante non smettere mai di investire su se stessi, perché, se no, si rimane tagliati fuori.
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