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SAE Alumni Stories: Kimerica

Kimerica, Alumna del corso di Electronic Music Production, è una producer di musica elettronica e parte di POCHE Cltv. In questa intervista, Erica ci porta alla scoperta dei diversi aspetti del suo lavoro, e, attraverso la sua esperienza, fornisce uno spaccato e una prospettiva di ispirazione a chi desidera diventare un producer.
Ciao Erica, è un piacere ritrovarci! Come stai? Come sta andando questo periodo?
È un piacere anche per me! Va molto bene, sto lavorando tanto e ne sono contenta. 
Vorrei partire dall’inizio del tuo percorso nella musica. Hai studiato canto, musica, e poi è arrivato il desiderio di studiare produzione di musica elettronica. Com’è avvenuto questo passaggio?
Ho iniziato a studiare musica da piccolissima, a 5, 6 anni. Studiavo pianoforte, teoria musicale e facevo solfeggio. La musica è stata da sempre la mia passione, un po’ la mia fissa. Dopo il liceo ho iniziato a studiare canto, per poi andare a Roma e iniziare a studiare produzione, un po’ per caso, con un insegnante privato. In quel momento mi si è aperto un mondo, è stato il momento in cui ho pensato: “Questa cosa mi piace, è proprio la mia cosa”. SAE è stata la fine del mio percorso. Credo di essere stata molto fortunata ad arrivare in SAE in quel momento della mia vita, perché avevo già appreso tante cose da tanti posti. È stata la cosa che mi serviva nel momento giusto, ha dato un po’ di ordine a tante nozioni che avevo già imparato. Mi ha dato anche una bella spinta, un po’ perché mi sono trovata molto bene con gli insegnanti, ma anche perché mi è piaciuto molto il confronto con gli altri studenti. È stato un bello scambio, mi ha motivata tantissimo e mi ha permesso di sentirmi molto più sicura, cosa che per me è molto importante. 
Hai vissuto diversi ambienti della musica, passando da una formazione più tradizionale a quella della produzione di musica elettronica. Che differenze hai riscontrato tra questi?
Posso dire di aver toccato tre mondi, perché all’inizio studiavo pianoforte classico, poi mi sono spostata nel pop, e infine sono arrivata in SAE. Fino a quel momento, ingenuamente, avevo dato per scontato che il mondo della musica fosse quello che avevo sempre conosciuto. 
Conoscendo tutti i miei compagni di corso che facevano musica elettronica o che erano DJ, ho avuto una sorta di shock culturale, ma questo mi ha permesso di sviluppare un modo di vedere la musica un po’ trasversale, e oggi posso prendere quello che mi serve da ogni ambito, si può dire così. Anche descrivere la mia musica per me è molto difficile, perché ho alcune caratteristiche da cantautrice, ma il sound, anche grazie a quello che ho sperimentato in SAE, mi ha portata verso qualcosa di più elettronico. Per me non sono cose così distinte nella mia testa, anche se poi mi rendo conto che lo sono. 
Quando ho iniziato a studiare produzione, non ascoltavo musica elettronica, ora ne ascolto di più ovviamente, ma, per farti capire, io sono fanatica dei Beatles. Io concepisco la musica elettronica come uno strumento, l’ho proprio percepito subito. È uno strumento per fare quello che vuoi, che ti permette di manipolare il suono come ti pare.
C’è un progetto in particolare che ti ha particolarmente colpita e che ha influenzato il modo di approcciarti al tuo lavoro di producer? 
Collaboro molto con altri artisti, negli ultimi anni è diventato il mio lavoro principale. Non so dirti se c’è stato un progetto in particolare che mi ha cambiata. Fino ad ora ho prodotto cose veramente tanto diverse tra loro. Per esempio, ho fatto un disco con un mio amico che fa un genere vicino al folk, e poi il mese dopo stavo lavorando su delle basi trap per un altro artista. Ora sto lavorando su due progetti reggaeton, ma fino a poco tempo fa ero su una produzione di un artista che fa un folk mediterraneo. Vado dalla ricerca alla cosa più commerciale, giovane, fresca. Mi piace un sacco fare entrambe le cose, ma amo lavorare anche con cantautori estremamente pop, che magari non avrei mai pensato di voler produrre, poi mi ci sono trovata  e mi piace tantissimo. Intanto, perchè mi piace tantissimo questo lavoro, ma anche perché in realtà riesco a farmi piacere cose che non avrei mai pensato, e riesco imparare dall’insospettabile. Forse, il progetto a cui sono più legata è quello dello spettacolo teatrale su La Divina Commedia perché è stato il mio primissimo lavoro. Aprivo Ableton da pochissimi mesi ed è stata una bella sfida per me, perché ho fatto un’ora di spettacolo tutto musicato. e ci sono molto legata ed ero molto libera lì nella composizione. Sono stata lasciata molto libera dal regista, quindi sono molto legata a quel progetto. 
Qual è la prima cosa che a cui pensi quando inizi a lavorare con un nuovo artista? Quali sono secondo te gli aspetti più importanti su cui concentrarsi per conoscersi? 
Lavoro con gli artisti anche in modo diverso tra loro, a volte partiamo da zero e creiamo tutto insieme, altre volte invece mi portano le loro cose e io le devo elaborare e produrre, già questo rende il tutto molto diverso. A me piace molto entrare nel mondo dell’altra persona. Una delle cose che mi piace di più è pensare che io sono lo strumento che tu non hai, ma voglio anche arrivi quello che sei tu musicalmente. Quando si parte da zero è un gioco, e le cose vengono fuori in maniera estremamente naturale. Quando invece una persona mi porta la sua le sue cose tendenzialmente gli chiedo tanto di che cosa scrivono, che sensazioni ti rimanda, fammi sentire un’altra canzone che è edita di un altro artista che ti porta la stessa sensazione cioè cerco di proprio immedesimarmi 
Sei parte del collettivo di producer di musica elettronica POCHE. Queste realtà sono importantissime per riunire le donne e gli altri generi sottorappresentati nell’industria musicale, per permettere loro di organizzarsi, essere più visibili e per portare risvolti concreti nell’ambito.
C’è molto fermento in questo senso, e anch’io lo sto notando ultimamente. Una cosa che mi ricordo che ha detto Elasi, una delle fondatrici del collettivo, è che siamo poche, però non siamo così poche. Ed è vero, non siamo così poche, anzi, siamo sempre di più. Un collettivo del genere, come altre realtà simili, serve a unirsi e a far vedere che ci siamo, rivendicare la nostra esistenza e la nostra posizione nel mondo, è molto importante. Siamo poche ma ci siamo, facciamo cose, ci facciamo sentire, facciamo rumore in senso buono. La cosa che mi preme di più è la rappresentazione, cioè l’importanza della rappresentazione, perché nel momento in cui una ragazzina appassionata di musica scarta a priori l’idea di fare la producer, perché nella sua testa è una cosa da maschi, magari si imbatte in POCHE e può pensare: “Ah, quindi anch’io posso farlo”. 
Che consiglio daresti a un o una giovane producer che desidera approcciarsi a questa professione?
Il consiglio che darei è quello di essere testardi: se una cosa vi appassiona andate avanti avanti, non fermatevi assolutamente alle prime delusioni. E poi, al contrario, siate aperti alle critiche e al confronto il più possibile, cercate tantissimo il confronto con gli altri, cercate le critiche. Potrebbe sembrare un controsenso, ma in realtà non lo è. Siate testardi nelle cose giuste.
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