MUSIC INDUSTRY E DIVERSITY: i progetti di Keychange e Indie Pride

30 Jun 2021

MUSIC INDUSTRY E DIVERSITY
UN PROBLEMA DI SOTTORAPPRESENTAZIONE DI GENERE

 

Coroniamo il mese del Pride 2021 con uno sguardo sull’industria musicale e sulla questione della sottorapresentazione di genere al suo interno.

Quanto è rappresentativa l’industria oggi? Come sta cambiando? 

Ne abbiamo parlato con Alice Salvalai di Keychange e Antonia Peressoni di Indie Pride: il primo un progetto internazionale seguito in Italia da Music Innovation Hub; il secondo un evento - e poi un'associazione - tutto italiano. Lo scopo è comune: quello di promuovere la rappresentatività di genere e di combattere gli stereotipi all’interno della mondo della musica, da* performer a* professionist* del settore.

 

Come nasceono Keychange e Indie Pride?

 

Alice - Keychange: “Sono Alice Salvalai, nata cresciuta e vivo a Milano, sono Project Manager in Music Innovation Hub, gestisco diversi progetti e Keychange è uno dei progetti centrali a cui Music Innovation Hub ha aderito. Con MIH cerchiamo di diffondere le attività di Keychange in Italia, gestiamo il rapporto con le ambassador e con le partecipanti al programma Keychange sia lato artiste, che professioniste dell’industria musicale. Sto usando impropriamente il femminile, perchè l’italiano non è una lingua neutra, e questo è uno dei primi problemi che ci siamo posti. Ce lo siamo posti in Keychange a livello internazionale: ovviamente la lingua inglese è molto più semplice dal punto di vista del peso del genere nella lingua, l’italiano è pieno di insidie. Keychange è un programma assolutamente inclusivo, e dicendo "inclusivo" penso di stare usando una parola sbagliata. In realtà “inclusione” implica l’esistenza di una parte della società considerata “normale”, “standard”, che in qualche modo ha un ruolo egemone e decide a sua discrezione di includere come categorie subalterne altre categorie della società considerate atipiche.
Keychange nasce per volontà di Vanessa Reed di PRS Foundation, una società di collecting che opera a livello internazionale. Nasce in Inghilterra per dare maggiore visibilità ad artist* e professionist* del settore musicale, quindi partendo dall’idea che in generale ci siano delle categorie sottorappresentate sia a livello di professionist* che a livello di performer. Il progetto nasce come movimento attivista, per cui ci si mobilita. Dallo UK poi si espande in diversi paesi europei e in Canada. Il progetto è finanziato da Creative Europe, un progetto internazionale, non solo europeo, il che gli da ancora più valore. Keychange è costituita di diverse parti: c’è un’attività di campaigning, quindi il portare avanti e diffondere il messaggio di Keychange, c’è un aspetto di incubatore, di mentoring e infine c’è un progetto di scambio e rappresentanza a livello internazionale garantito a categorie sottorappresentate. Per quanto riguarda l’Italia, Linecheck, come festival, si è posto l’obiettivo di aderire alla causa di Keychange. L’obiettivo concreto è quello di raggiungere una line-up 50-50 gender balanced, dove gender balance non è più solo donne-uomini, ma uomini e generi sottorappresentati. Addirittura quest’anno, visto che il tema del festival sarà Reverse, stiamo pensando di ribaltare la situazione e di avere 60-40 come percentuali, per lanciare un messaggio che riguarda come il rilancio del settore debba essere una ripartenza sostenibile, più etica, mettendo in discussione i principi che hanno guidato l’industria fino a questo momento. Diciamo che arrivare all'obiettivo del 60-40 cerca di riequilibrare la cosa, è ovvio che quel 50 di uomini, essendo la moltitudine di generi molto più ampia di quanto si pensasse ragionando su una base di binarismo di genere, sicuramente non è una soluzione, e devo dire che proprio il team di Keychange a livello globale si sia posto questo problema, lavorando molto di più sulla neutralità di genere quando parliamo sull’apertura alla comunità LGBTQ+, un progetto immaginato sulle donne, ma ci si è resi conto che in realtà le categorie che trovano poco spazio nella musica sono molte di più, e quello che era un problema femminile in realtà coinvolge altri generi sottorappresentati
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Antonia - Indie Pride: “Sono Antonia Peressoni, da più di 15 anni mi occupo di musica, lavoro come ufficio stampa musicale. Per diversi anni ho lavorato prima con Mescal e poi con Irma Records. Da 7 anni sono libera professionista. Dieci anni fa ho ideato Indie Pride, un momento, un concerto che unisse i musicisti e gli addetti ai lavori per dire no all’omofobia, alla transfobia, al bullismo, al sessismo. Dopo anni Indie Pride è diventato un’associazione che tutt’ora esiste. Indie Pride nasce come evento nel 2012 a Bologna, che ospitava il Pride nazionale, ci sarebbero stati una serie di eventi preparatori al corteo finale. Ai tempi ero una delle volontarie del Pride. Lavorando nella musica, ho proposto di fare un evento che potesse sensibilizzare sull’omofobia, perchè intanto era l’anno in cui si iniziava a discutere di una possibile legge, il DDL Scalfarotto, cioè la prima proposta di legge che andasse a contrastare l’omotransfobia. Poi un altro elemento scatentante fu l’evento di cronaca che imperversò sui giornali che era il ragazzo dai pantaloni rosa, un ragazzo adolescente che tacciato, indicato, bullizzato perchè presumibilmente gay, si tolse la vita. Tutte queste cose mi portarono a proporre al comitato Pride di fare un evento che chiamasse sul palco una serie di musicisti, o quelli disponibili, perché l’evento era a cavallo con il 17 maggio, cioè la Giornata Internazionale contro l’omofobia, in modo tale che si potesse sensibilizzare su questa tematica. Indie Pride diventa poi un’associazione. È partito tutto dall’evento annuale che facevamo e che solitamente si svolgeva nel periodo autunnale al TPO, però parallelamente avevamo iniziato a fare delle campagne di sensibilizzazione. L’ultima, che era quella che stavamo ripetendo ogni anno partiva da un documento, da una carta di intenti con tutta una serie di richieste fatte sia ai musicisti che agli addetti ai lavori, ai quali si chiedeva di metterci la faccia, ma soprattutto di metterci le labbra - chiedvamo a tutti di mettersi il rossetto, perchè vedere un uomo con il rossetto - potrebbe sembrare stupido e banale - a molti può dare ancora fastidio. Questa carta di intenti si firmava con un bacio, e chiedevamo a tutti di fare un video. Negli ultimi anni, se si cerca Indie Pride su YouTube, si vedono tutti i musicisti che hanno firmato la carta d’intenti, e, in più, nel 2019 è stato molto interessante, perchè abbiamo fatto un mini tour all’interno di festival musicali estivi, nei quali portavamo proprio delle talk, soprattutto una talk sull’importanza di metterci la faccia, sulla responsabilità che deriva dalla fama, dalla popolarità, e quindi si ha la possibilità di prendere un microfono avendo tanti spettatori davanti a sé. Può essere il microfono di un palco, così come quello di una trasmissione radiofonica, televisiva, un’intervista rilasciata su qualunque tipo di media e abbiamo avuto diversi ospiti: Rovere, Eugenio in Via di Gioia, La Rappresentante di Lista. Ricordo Woodwarm, etichetta degli Zen, dei FASK, che nel 2019 è stata una delle etichette più presenti e che più ha sostenuto Indie Pride, e poi avevamo iniziato una collaborazione con Shesaid.so, perché comunque le tematiche portate avanti da she said e le nostre si incrociano costantemente”.

 

Come sono stati accolti questi progetti in Italia?

 

Alice - Keychange: “Keychange nasce in UK, ed è dovuto sicuramente al fatto che le industrie creative lì siano molto più forti per un discorso culturale di importanza che viene data loro, sono molto più forti nel mondo anglosassone, ma anche in Nord Europa, in Norvegia,Svezia, Danimarca, Germania, mentre la Francia è più simile a noi, come Spagna e Portogallo, hanno problemi simili ai nostri in quanto a sostenibilità di queste industrie. Questo è quello che ha permesso alle persone che lavorano in queste industrie di porsi interrogativi diversi dal semplice “come facciamo funzionare un progetto dal punto di vista economico”. Il problema della sostenibilità è diffuso a livello internazionale nelle industrie creative culturali e quindi anche in quella musicale, però in italia è sempre stato più pressante, quindi per molto tempo non ci siamo posti problemi etico-morali o di impatto. Cosa stiamo facendo? Stiamo creando delle industrie creative sostenibili, accoglienti, giuste, eque? I paesi dell’Europa del Nord hanno un vantaggio di un po’ di anni anche dal punto di vista della mentalità e quindi di un cambiamento culturale. In Italia queste questioni stanno arrivando adesso, con questi progetti, Keychange o Shesaid.so, che ha posto un interrogativo anche nella comunità femminile, "Siamo veramente ben rappresentate all’interno dell’industria?", "Abbiamo gli stessi spazi e le stesse possibilità  che hanno gli uomini?". Questi interrogativi, non solo nelle industrie creative, nell’industria musicale ma in generale, in Italia stanno arrivando adesso. Il progetto Keychange ha attecchito bene, molte realtà hanno aderito al pledge, anche delle realtà grosse. Keychange è stato accolto bene, l’unica accusa che forse viene fatta a chi parla di gender balance nell’industria musicale è: con tutte le difficoltà che abbiamo adesso dobbiamo metterci anche questa, quindi il fatto di essere un’industria più aperta fosse un ostacolo alla sostenibilità economica. Questo è un discorso ormai obsoleto. È dimostrato che ci sono donne che nel mercato del live e nel mercato discografico vendono quanto gli uomini, ci sono progetti artistici di donne che funzionano benissimo, e ragiono in termini di binarismo di genere perché mi rendo conto che in Italia siamo ancora più indietro, c’è ancora questa resistenza a considerare come ugualmente proficuo dal punto di vista economico il progetto artistico di una donna piuttosto che di un uomo. Detto ciò, con Keychange stiamo raggiungendo buoni risultati, sento che si sta aprendo una possibilità nuova all’interno dell’industria, parlo sia per le artiste e in generale non binary, sia i/le professioniste dell’industria musicale. In italia abbiamo sicuramente il problema di avere questo in tutti i settori, di dare poca fiducia, penso storicamente alle donne, ma è da estendere ai generi sottorappresentati in generale, come se gli uomini fossero gli unici capaci, capaci di prendere decisioni, di essere persone di polso, che è considerata una qualità fondamentale in ambito lavorativo,quello di avere spirito manageriale. In realtà si può essere  manager in molti modi e penso che ci siano ancora molte difficoltà nell’industria musicale in questo senso. Ci sono tra l’altro molte donne che gestiscono festival, sono responsabili o direttrici di produzione, non se ne parla abbastanza, quindi non so se il problema è il percepito o se c’è effettivamente un problema strutturale. Quello che so è che esempi di sessismo per noi che lavoriamo nell’industria musicale sono diffusissimi, ognuno di noi ha subito sessismo da  che ha iniziato a lavorare in questo campo. Io personalmente ne ho avute e mi basta confrontarmi cinque minuti con chiunque faccia il mio lavoro per capire che è un problema molto diffuso. I problemi sono diversi, sicuramente di credibilità delle donne all'interno dell'industria, che non dipende da una mancanza di professionalità, ma c’è proprio un problema di sessismo sistemico, strutturale, che penso progetti come Keychange ma non solo possano piano piano iniziare a combattere”.

 

Antonia - Indie Pride: “La risposta fu eccezionale. Iori’s Eyes, Drink to Me di Cosmo, i 2Pigeons, i Chewingum, Mangiacassette, Simona Gretchen, Maria Antonietta, Heike Has The Giggles. Era al Locomotiv Club di Bologna. Avevamo come media partner XL di Repubblica, raccogliemmo un tot di brani per farne una compilation e ogni artista aveva dato la sua disponibilità con una frasetta in merito alla nostra causa. Sono passati 10 anni, ma ho trovato subito molta disponibilità. C’era questa ragazza che ci aveva dato una mano a raccogliere e testimoniare con dei video l’evento, di sua spontanea volontà chiese a ognuno di loro se ci fosse bisogno di Indie Pride, perchè ce ne fosse bisogno e perchè avessero partecipato. Mi ricordo bene la risposta di Cosmo: "Perchè ce n’è bisogno e non deve esserci più questo schifo che una persona non sia libera di amare chi vuole e come vuole”. Senza preparazione né niente, gli artisti che hanno accettato conoscevano la problematica ed erano già sensibilizzati. Sono accorsi in tanti, abbiamo riempito il Locomotiv. Non ci aspettavamo un numero così grande di persone, ma era un pubblico già preparato, che già conosceva. Io presumo che inizialmente le persone venissero perchè c’erano delle band che a loro piacevano, mi piace l’idea di pensare che alcune parole che sono state spese sul palco siano arrivate al di là del fatto che la gente fosse andata a vedere una band, invece questi artisti hanno mandato dei messaggi sul tema, di tolleranza zero verso l’omotransfobia”.

 

Pensate che ci troviamo effettivamente in un momento di cambiamento e di apertura sul piano culturale da questo punto di vista? Che influenza può avere la scena mainstream in questo senso? 

 

Alice - Keychange: “Sì, penso che sia un meccanismo sempre meno forzato. Infatti penso che un progetto come Keychange a un certo punto non servirà più, questo è quello che ci auguriamo tutti, questo meccanismo sarà talmente naturale che non ci sarà più bisogno di forzarlo o di imporlo come se fossero quote di genere, stabilendo la presenza femminile o persone non binarie all'interno di un panel o della line-up di un festival. A livello nazionale, non solo nell’industria musicale, siamo arrivati a un punto di svolta in cui questa questione diventa sempre più naturale.
L’esposizione di artisti mainstream come possono essere Achille Lauro o i Måneskin secondo me è una conseguenza. Penso che possano essere motore di cambiamento ma penso che siano la conseguenza di una risposta positiva da parte del pubblico. Se di fronte ad Achille Lauro vestito da donna ci fossero state solo critiche ad Achille Lauro, questa cosa non sarebbe stata portata avanti perchè l’industria funziona così, è un mercato. Penso al caso di Sangiovanni, uscito da Amici, stiamo parlando di cose molto mainstream e meno conosciute di Achille Lauro come fenomeno discografico, perché ha appena iniziato, ha 18 anni e non ha problemi a mettersi lo smalto, a vestirsi di rosa, e dice che siamo tutti liberi di amare chi vogliamo e di apparire come vogliamo, che dalla bocca di un ragazzo di 18 anni mi da grande speranza per il futuro. Mi sembra che le nuove generazioni siano molto più aperte, che questo problema delle disuguaglianze di genere, degli stereotipi di genere non sia un problema, è una questione già in essere, in modo naturale. Che tutti meritiamo lo stesso rispetto sotto diversi punti di vista, in diversi ambiti, per le nuove generazioni è scontato. Sono le generazioni precedenti anche dell’industria musicale a fare più fatica ad accettare che il mondo sta cambiando. È come se il mondo stesse cambiando più rapidamente di quanto l’industria musicale e altri settori siano disposti ad accettare questo cambiamento".

 

Antonia - Indie Pride: "Sicuramente inizia ad esserci una maggiore sensibilità in generale. È anche vero che c’è una maggiore esposizione. Oggi gli artisti più giovani non hanno timore a dire che sono fluidi, che sono LGBTQ+. A mio avviso però c’è ancora un sacco di lavoro da fare. Perchè come c’è ancora tanto sessismo, c’è anche tanta omotransfobia, magari celata, ma c’è. Devo dire che il cambio generazionale ha fatto tantissimo. Trovo veramente molto bello che sia una lotta che non deve farsi solo chi è LGBTQ+, ma se ne stanno occupando gli eterosessuali più giovani perchè capiscono che ormai questi confini, queste definizioni sono superate. Per fortuna che ci sono, possono essere criticati, ma quello che stanno raccontando i Måneskin... stanno sdoganando una cosa che non è che dovesse venire sdoganata, ma ben venga che lo facciano perchè ce n’è l’urgenza, ancora di più quando in sede parlamentare si sta discutendo e rimandando una legge che parla di tutela dei diritti e delle persone contro le violenze di qualunque tipo, anche di discriminazione. Anche lo stesso Fedez: sul palco del Primo Maggio ha detto delle cose sacrosante per quanto sia stato criticato, ma se non ci fosse un personaggio come lui che sottolinea un malessere che tantissime persone provano, chi lo fa? Dovrebbero farlo i politici, i politici non lo fanno, ma fortunatamente ci sono dei personaggi pubblici che prendono una posizione".